La Cina sta rallentando, ma l’India no

E’ ottimista sul futuro economico dell’Asia CP Gurnani,  l’amministratore delegato di TechMahindra, gigante indiano dell’high tech che in Italia ha acquisito lo storico marchio Pininfarina. Adesso siamo nel vostro paese – spiega – vogliamo crescere nelle assicurazioni e nelle banche

Da un’economia che esclude ad un’economia equa e inclusiva

poverta2Viviamo in un’economia per l’1%, come l’ha definita Oxfam nel suo rapporto pubblicato alla vigilia del World Economic Forum di Davos. Pur in un contesto di crescita economica globale i redditi sono però sempre più scollegati dai risultati economici e dal contributo fornito dall’economia alla società in cui viviamo. Chi lavora duramente, ma non occupa posizioni di potere economico o politico, trae quindi benefici marginali dalla crescita. La quota di reddito attribuita al lavoro è in calo rispetto alla remunerazione del capitale, e di conseguenza cresce il divario tra salari e produttività. In altre parole la disuguaglianza economica sta rallentando la crescita, rendendola poco sostenibile nel medio-lungo termine e terribilmente poco inclusiva. Un contesto che colpisce i meno abbienti, impedendo a milioni di persone di uscire dalla trappola della povertà

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Potere e privilegi dell’élite economica globale

 

poverta1L’1% più ricco della popolazione mondiale possiede oggi una ricchezza superiore a quella del restante 99%
Una condizione alimentata da poteri e privilegi di un’élite super ricca e influente che ne fa uso per alterare il sistema economico a proprio vantaggio, contribuendo a rendere sempre più ampio il divario tra ricchi e poveri all’interno dei singoli Paesi. Il rapporto di Oxfam “Un’economia per l’1%” ripercorre alcuni esempi e casi eclatanti passati alla cronaca negli ultimi anni che illustrano come ricchi individui e grandi corporation riescano a fare leva sulla propria posizione dominante in diversi settori economici e avvalersi del proprio potere di condizionamento dei decisori politici per trarre vantaggi spesso del tutto slegati da una logica di valore aggiunto all’economia reale. Un esercizio, quello della indebita pressione sui decision-maker politici, a cui possono destinare ingenti risorse: basti pensare che, nel 2014, nella sola Washington, le compagnie finanziarie e di assicurazione hanno speso poco meno di 500 milioni di dollari per attività di lobbying.

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Paradisi fiscali: in 15 anni quadruplicati gli investimenti delle corporation

ParadisiFiscali80 miliardi di dollari di profitti nelle sole Bermuda, più di quanto guadagnato in Giappone, Cina, Germania e Francia messe insieme: è quanto dichiarato dalle multinazionali americane solo nel 2012.  Un ammontare enorme di utili d’impresa che ovviamente non riflette la reale presenza economica di queste aziende nell’arcipelago nell’Atlantico, dove registrano soltanto lo 0,3% delle loro vendite globali e i costi messi a bilancio per il pagamento dei salari incidono tra lo 0,01 e 0,02% sul costo totale del lavoro. Una possibilità di trasferimento (nel noto paradiso fiscale) di parte dei propri introiti globali, che permette di fatto alle aziende di alleggerire considerevolmente il proprio carico fiscale, eludendo il pagamento delle tasse nei Paesi dove gli utili vengono a tutti gli effetti generati, e privandoli di conseguenza di risorse preziose per il finanziamento dei servizi pubblici essenziali che contribuiscono alla riduzione della disuguaglianza e alla lotta alla povertà. Si stima infatti che a livello globale il valore del patrimonio finanziario individuale depositato nei paradisi fiscali ammonti a circa 7.600 miliardi di dollari – più dei Pil di Regno Unito e Germania messi insieme, circa tre quarti della ricchezza netta italiana nel 2015 – generando un mancato introito fiscale per i governi di circa 190 miliardi di dollari ogni anno.

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Cala la fiducia dei manager in un mondo più fragile e frammentato

imageCirca 1500 amministratori delegati in 83 paesi del mondo hanno risposto al consueto questionario che Price Waterhouse and Coopers propone all’attenzione dei delegati del World Economic Forum di Davos. In una sala affollata di giornalisti il capo di PWC MC Nally ha spiegato che quest’anno la fiducia nella crescita cala drasticamente di ben 10 punti. Le preoccupazioni create dall’incertezza geopolitica aumentano e le prospettive di fare buoni affari si riducono quasi ovunque.

La forza del dollaro e la crisi dei mercati emergenti portano in territorio negativo il sentiment degli imprenditori in tutti i continenti salvo uno: l’Europa. Brilla in Asia solo la stella dell’India, mentre da noi è fortissimo il recupero di fiducia della Spagna. Il peggioramento più sorprendente si registra a Taiwan, dove regna il pessimismo più nero, la fiducia crolla di 46 punti, una piccola economia molto aperta sui mercati internazionali teme la crescita delle tensioni politiche e il rallentamento dell’Asia, male la svizzera, che soffre la forza del Franco rispetto all’euro. Altre sorprese: la Germania supra la Cina come attrattività per gli investiementi.

E l’Italia? I nostri imprenditori sembrano avere una visione più rosea del futuro rispetto al grigio che caratterizza le prospettive globali. È alle viste un triennio di crescita non più limitata allo 0,?

 

 

Moonshot to cancer

bidenSono le 16, qui a Davos, tra pochi istanti il vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden presiederà una tavola rotonda tra i massimi esperti di ricerca in campo medico per stabilire quali strade vadano battute per realizzare il “nuovo sogno americano”, quello indicato da Obama nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione la scorsa settimana: vincere il cancro una volta per tutte. Moonshot to cancer, si intitola la session, perché la vittoria sulla malattia del secolo è un obiettivo alla portata della potenza che, parole di Obama, ha mandato l’uomo a spasso sulla luna.

È evidente il sottotesto di una iniziativa del genere, serve a resuscitare l’orgoglio di una grande nazione che teme il declino ma anche a segnare un punto a favore dell’intervento pubblico in un settore dominato, come non mai, dalle grandi multinazionali. Davos è il palcoscenico ideale, il più grande, opulento, importante appuntamento che esista tra i ricchi del pianeta, tra i capitani di industria, che sono i due terzi dei 2500 delegati, che qui incontrano la politica, la scienza e la cultura. Lo spirito dell’uomo di Davos, incarnato dal 77enne Karl Schwab, è quello di gettare ponti tra le ragioni del business, che qui si fanno vetrina di fronte al mondo, e le sfide dello spirito del tempo.

Ma quali sono oggi le sfide, quali i rischi? Sorprende che i consueti strumenti di misura delle opinioni, i sondaggi, le interviste tra i capitani di industria non restituiscano altro oggi che una forte incertezza. “Siamo entrati in un mondo di conseguenze imprevedibili” dice con un certo disagio il positivista Schwab, perché non è normale vedere un prezzo del petrolio cosí basso che non alimenta né i consumi ne la manifattura di occidente.  Non è ben chiaro perché questo avvenga, nel mondo della crescita stagnante (oggi l’FMI ha rivisto ancora al ribasso la crescita per il 2016) e dei tassi negativi. Non è ben chiaro dove ci porterà la quarta rivoluzione industriale, che quest’anno dà il nome al world economic forum, a vincere il cancro o a eliminare 22 milioni di posti di lavoro in dieci anni?

E l’Unione europea è veramente sull’orlo della disintegrazione non per la crisi economica ma per l’incapacità di gestire l’invontaria migrazione dei profughi? E se il prezzo del petrolio che tende a zero e che oggi qualche impianto in North Dakota ha perfino pagato perché lo portassero via, produrrà altri milioni di profughi dai paesi produttori dell’Africa, pensiamo alla Nigeria. Come lo gestiremo? Una Europa che torna a frammentarsi in tante nazioni non scivolerebbe verso l’irrilevanza, con grave incertezza per tutti?

E allora, sempre qui a Davos, va in scena l’impegno di un miliardario di origine turca che intende donare ai profughi la metá di tutta la sua fortuna ma anche guidare il settore privato a partecipare ad uno sforzo di accoglienza sul quale è rimasto, finora, colpevolmente muto.

Una cosa appare certa, i vecchi conflitti continuano a ardere, questa doveva essere la prima volta nella cittadina alpina della Korea del nord, si era lavorato molto all’obiettivo, ma l’invito è stato cancellato dopo il test della bomba termonucleare effettuato da Pyong Yang, producono conseguenze imponderabili.

La crescente diseguaglianza è tra le cause del divorzio tra politica, scienza e affari, ormai l’1% della popolazione possiede più della metà delle risorse del pianeta, l’ambizione di Davos, un forum nato nel 1971 è portarle a dialogare ancora dove è opportuno e dove è possibile. Se avvenisse sarebbe davvero una “conseguenza imprevedibile”.

 

 

 

In Italia due terzi della ricchezza nelle mani del 20% più facoltoso

 

poverta4Nel 2015 il 20% più ricco della popolazione italiana deteneva il 67,7% della ricchezza nazionale mentre al 60% più povero è rimasto soltanto il 14% della torta. Non sono i numeri di un paese in via di sviluppo, ma della nostra industrializzata e democratica Italia. L’iniqua distribuzione della ricchezza a livello globale non risparmia infatti anche il Bel Paese con una forbice larga che separa i ricchi dai poveri. Il risultato è una situazione paradossale, in cui il 10% più ricco degli italiani possiede quasi otto volte la ricchezza detenuta della metà più povera della popolazione

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Oxfam, cresce gap ricchi e poveri: 62 ‘Paperoni’ possiedono la metà della ricchezza mondiale

Pakistan Daily LifeUn’economia per l’1 per cento. Appena un anno fa Oxfam aveva lanciato l’allarme sulla concreta possibilità che entro il 2016, l’1% più ricco della popolazione mondiale sarebbe arrivato a detenere una ricchezza maggiore del restante 99%.  Una previsione che si è rivelata giusta con un anno di anticipo. A denunciarlo è il nuovo rapporto di Oxfam “Un’economia per l’1%”, diffuso oggi alla vigilia del World Economic Forum di Davos. Un dossier che conferma come la disuguaglianza di ricchezza a livello globale, sia un fenomeno che non accenna ad attenuarsi

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